Quanti passi avanti sull'Europa

Il sì alla mozione approvata dalle Camera il 25 gennaio è un segnale forte

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il gruppo del Partito democratico ha contribuito alla elaborazione della mozione Gasparri-Finocchiaro-D'Alia e si accinge ora a votarla in modo convinto e impegnato.

Non sono parole scelte a caso, Signor Presidente. Questa mozione infatti impegna certamente, come di consueto, il governo: in questo caso, come hanno già detto in modo esauriente il presidente Dini e la senatrice Marinaro, e come ha detto anche la senatrice Bonino, illustrando un altro documento che pure condividiamo, lo impegna a sostenere, nell'ambito della difficile trattativa attorno a questo anomalo accordo a 26, gli interessi nazionali italiani, nel quadro di una lungimirante politica di rilancio del progetto comunitario europeo.

La mozione pone al governo, con lo scopo di rafforzarne il potere contrattuale, tre obiettivi negoziali: ricondurre l'accordo nell'alveo del diritto comunitario; scongiurare l'inasprimento delle condizioni imposte all'Italia per il rientro dal debito, previste dal six pack negoziato dal governo Berlusconi; rafforzare, accanto a quello della disciplina fiscale, il pilastro della crescita.

Ma la nostra mozione, Signor Presidente, impegna anche tutti noi. Impegna il Parlamento. Impegna in modo del tutto particolare le forze politiche, come la nostra, che oggi sostengono con grande convinzione il suo governo, Presidente Monti.

E che nutrono la responsabile ambizione di essere protagoniste, in un domani comunque vicino, perché vicina è la primavera del 2013, di una nuova competizione bipolare: non più (finalmente) tra opposte opposizioni, orientate soprattutto ad impedire alla parte avversa di vincere e di governare, ma tra vere, responsabili alternative di governo, come tali capaci di competere lealmente tra loro, e al tempo stesso di convergere e di collaborare, nel rispetto della diversità dei ruoli di maggioranza e di opposizione, attorno alle grandi questioni che implicano i principi e gli interessi fondamentali del Paese.

Questa riforma del bipolarismo italiano, alla quale ci richiama in modo instancabile il Presidente della Repubblica, è non meno importante, per la credibilità dell'Italia tra le cancellerie europee, come sui mercati internazionali, dei parametri fondamentali della nostra economia.

Come dimostra lo stesso, persistente, forte differenziale tra lo spread dei nostri titoli a breve e quello a lungo termine, sia i nostri partner europei, che i piccoli e grandi investitori che operano sulle piazze finanziarie di tutto il mondo, aspettano ancora di sapere se le scelte incisive e coraggiose, ai loro occhi per certi versi perfino sorprendenti e inaspettate, che il governo Monti sta mettendo in campo, sono una parentesi precaria, per non dire effimera, come troppe altre volte è accaduto alle stagioni riformiste nel nostro Paese, o se invece il cambiamento segnato dal governo Monti ha davvero messo radici solide e profonde nella nostra cultura civile e politica.

Ebbene, Signor Presidente del Senato, Signor Presidente del Consiglio, con questa mozione unitaria noi intendiamo assumere un impegno chiaro, davanti al Paese e, non sembri retorico o enfatico, perché è la pura verità, davanti all'Europa e al mondo.

Leggo il passo a mio modo di vedere più importante del documento: "Invitiamo in modo particolare il governo ad evidenziare l'impegno del Parlamento e di tutte le maggiori forze politiche per una scelta strategica di lungo periodo a favore di politiche di serietà e di rigore e per l'adozione del modello europeo della economia sociale di mercato. Tali scelte vengono in tal modo sottratte al variare delle contingenze mutevoli della politica".

In queste poche righe mi pare sia condensato il senso dell'operazione politica che l'Italia, attraverso il suo governo, sta portando avanti per uscire dalla crisi: scommettere sul modello europeo, adeguando ad esso il nostro Paese. Un modello che non va vissuto solo, e in modo riduttivo, come un vincolo esterno, ma come una grande opportunità di progresso umano, una via promettente e convincente di sviluppo sostenibile, sul piano economico e finanziario, come su quello sociale e ambientale, che noi italiani, dai tempi di De Gasperi e Spinelli, abbiamo concorso a ideare, a promuovere, a realizzare.

È quello che la mozione definisce, per l'appunto, il "modello europeo della economia sociale di mercato": il migliore compromesso che il Novecento ci abbia trasmesso (con il compito di rinnovarlo, attualizzarlo, riformarlo continuamente), tra il dinamismo del mercato capitalistico e la capacità inclusiva e solidale dello stato sociale democratico.

È questa anche la via d'uscita che l'Europa può proporre, a se stessa e al mondo, dalla crisi finanziaria ed economica che affligge il mondo dal 2007. Se è vero, come è vero, che la crisi è figlia al tempo stesso della finanziariazzazione spinta e mal regolata dell'economia, della abnorme crescita delle disuguaglianze sociali, in particolare negli Stati Uniti, e dell'insostenibile squilibrio tra il gigantesco indebitamento americano e l'altrettanto gigantesco surplus asiatico, appare evidente come l'Europa rappresenti una alternativa concreta e reale, di modello, di paradigma, a quelli oggi in crisi.

Perché l'Europa non ha mai ceduto alla tentazione del primato della finanza sull'economia reale; perché l'Europa non ha mai creduto che potesse essere la crescita incontrollata delle disuguaglianze, ma al contrario l'inclusione solidale e l'equità sociale il motore dello sviluppo; e anche perché l'Europa non si è mai rassegnata, come ci hanno insegnato maestri come Nino Andreatta e Tommaso Padoa-Schioppa, a fare crescita accumulando debito, privato o pubblico che sia, anziché promuovendo una cultura della stabilità e della sostenibilità delle finanze, pubbliche e private.

Per uscire dalla crisi l'Europa non deve dunque rinnegare se stessa, ma ritrovare i fondamenti, morali e politici, del suo modello di sviluppo, insieme al coraggio di riformare in modo profondo e coraggioso, generoso e lungimirante, i modi, le forme, i meccanismi, le istituzioni, che devono incarnarlo in un contesto così diverso dal secondo dopoguerra del Novecento, come è il mondo globalizzato del Duemila.

Un mondo nel quale una moneta stabile e forte, espressione del più grande e ricco mercato interno del mondo, potrà continuare a svolgere un ruolo di assoluto rilievo, solo se all'Unione monetaria sapremo far corrispondere una vera Unione economica e politica.

Le responsabilità dell'Italia, in questa prospettiva, sono cruciali. Non solo perché l'Italia è stata e deve tornare ad essere uno dei motori principali del progetto europeo. Ma anche perché buona parte del successo della riforma dell'Europa si gioca al tavolo della riforma dell'Italia.

Perché negli scorsi anni è stata proprio l'Italia quello tra i grandi paesi europei che più si è allontanato dal modello europeo di una sostenibile economia sociale di mercato, quello che più di altri ha aperto le porte alla instabilità e al debito, insieme e non per caso, alla disuguaglianza sociale.

Solo una rinnovata, solidale, impegnata determinazione dell'Italia a rimettere se stessa in asse col modello sociale europeo può scongiurare i rischi evidenti di una deriva neo-populista e neo-nazionalista, che rischiano di infettare le opinioni pubbliche, al Nord come al Sud del vecchio continente, e di travolgere il progetto europeo.

Così come solo una certificata, impegnata operosità dell'Italia nel riformare se stessa, rimuovendo alla radice le cause della instabilità finanziaria, della bassa crescita economica, della insostenibile disuguaglianza sociale, possono consentirci di difendere e promuovere efficacemente, in sede europea, i nostri interessi nazionali, convincendo i nostri partner, a cominciare dalla Germania, che l'Europa non deve più temere, ma può invece contare sull'Italia.

Sappiamo bene, presidente Monti, che il governo che Lei autorevolmente presiede ha ben chiara davanti a sé questa bussola. Ed è per questo che siamo certi saprà ben operare, nell'interesse dell'Italia e dell'Europa, in questo difficile passaggio storico. Buon lavoro, Signor Presidente del Consiglio.
 

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