Primarie così (se resta il "porcellum")

Una proposta su come scegliere i candidati con consultazioni vere

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Molti sostenitori del PD pensano che i prossimi candidati al Parlamento, tanto più se non si riesce ad abolire il Porcellum, dovranno essere scelti con le primarie. Alcuni dirigenti dicono di concordare, ma nessuno fino ad ora ha spiegato come si potrebbero svolgere. Io stesso mi ero convinto che fosse impossibile concepire un procedimento trasparente ed equo, proprio a causa delle perverse caratteristiche dell’attuale legge elettorale. Ma una soluzione invece esiste. Ci sono arrivato riflettendo sui difetti di vari tentativi che ho potuto esaminare, alcuni anche molto sofisticati, come ad esempio quelli elaborati dagli iscritti al circolo romano di Trastevere o da www.wiprogress.org.

In entrambi i casi si propone una artificiale divisione del territorio in collegi, in ciascuno dei quali si possa svolgere una competizione simile alle primarie per i sindaci. Entrambi i progetti si impantanano però quando devono dire come si fa a stabilire l’ordine di inserimento nella lista bloccata dei vincitori. Un problema non di poco conto. Se si scelgono con le primarie tutti o quasi i candidati da mettere in lista, dalla posizione in cui vengono collocati dipende la possibilità effettiva per ciascuno di loro di essere eletti oppure il rischio di fare da riempitivo.

In entrambe le proposte la posizione nella lista di ciascun candidato viene fatta dipendere dal tasso di partecipazione alle primarie registrato nel collegio in cui ha vinto. Ma così, un candidato fortissimo, che vince con l’80% perché nessun contendente credibile gli si è opposto, rischia di essere messo in fondo alla lista e di non entrare in Parlamento, al contrario di candidati meno attraenti che hanno vinto con il 30%. Dove c’è un solo candidato forte e l’esito è scontato è più probabile che la partecipazione sia bassa; dove ci sono tanti candidati di “pari livello” che si contendono il seggio, la partecipazione potrebbe invece essere più elevata. Messa così il puzzle è insolubile.

Il problema può essere però aggirato ritorcendo in virtù proprio i due principali vizi del nostro sistema parlamentare: le lunghe liste bloccate e il bicameralismo paritario. Le prime consentono di prevedere facilmente quanti sono i seggi sicuri su cui un partito come il PD può contare in ciascuna regione. Ad esempio, in Umbria il PD nel 2008 ha ottenuto 9 seggi (5 alla Camera e 4 al Senato); anche se il risultato delle prossime elezioni fosse per noi disastroso, non ne prenderemmo comunque meno di 7. Con il bicameralismo perfetto tra essere senatore o deputato non c’è nessuna sostanziale differenza, né per chi si candida né per chi deve essere rappresentato.

Si può quindi tranquillamente dividere l'Umbria in 7 collegi e mettere in palio, in ciascuno di essi, uno qualunque dei primi 4 posti nella lista per la Camera e uno qualunque dei primi 3 posti nella lista per il Senato. Per stabilire l’esatta posizione di ciascun candidato si potranno usare vari criteri, più o meno oggettivi, dato che la scelta non incide sulle probabilità di elezione.

Si intende che, con l’eccezione del Segretario Nazionale, nessuna candidatura dovrebbe essere anteposta nell’ordine di lista a quelle selezionate attraverso le primarie. D'altro canto, quali rischi correrebbero nei collegi personalità come Bindi, Veltroni, Letta o Realacci, Anna Finocchiaro o Enzo Bianco, se ottenessero la deroga a superare i tre mandati fissati dallo statuto e decidessero di ricandidarsi? Conosco e capisco una possibile obiezione: persone come Pietro Ichino, però, che pure godono di un grande apprezzamento (in una area magari più ampia del 2%) su tutto il territorio nazionale, rischiano d’essere surclassati in un singolo collegio dalla restante percentuale del partito che le avversa … per non parlare del povero Vassallo, nemmeno assistito dall'autorevolezza e visibilità mediatica del primo! Sono infinitamente grato a chi si dovesse porre tali dubbi ma credo siano fuori tempo massimo. In tempi passati e non sospetti, ho sostenuto che le primarie si addicono alle cariche apicali di governo, per le quali ogni partito o coalizione deve scegliere una persona che da sola rappresenti tutti, mentre vanno meno bene quando si deve scegliere un grappolo di candidati per cariche assembleari capaci nell'insieme di restituire una pluralità di sfumature (genere, generazioni, competenze, orientamenti politici). Continuo a pensarlo. Ma al punto a cui siamo nella delegittimazione della classe parlamentare non si può andare per il sottile e non resta che affidare gli eventuali bilanciamenti alla ragionevolezza degli attori e a dinamiche informali. E poi, gli esiti di primarie aperte, come è già capitato, potrebbero anche contraddire le attese basate sulle "quote azionarie" interne.

Una cosa è certa. Se si vogliono le primarie per i parlamentari, si devono tenere con tutti i crismi e traendone tutte le conseguenze: una vera, trasparente cessione di sovranità dai gruppi dirigenti agli elettori, senza pasticci procedurali e mezze misure. Scegliendo questa strada, subito, saremmo il primo e unico partito ad abolire, di fatto, il Porcellum. Ogni “collegio PD” avrebbe un “suo” parlamentare. Ogni parlamentare PD avrebbe un collegio a cui dare conto. Spazzeremmo via in un colpo le voci secondo cui anche al PD sta bene il Porcellum perché in fondo “le liste bloccate fanno comodo a tutti i partiti”. E se ci fosse qualcuno tra di noi che in un angolo dell'animo effettivamente lo coltiva, verrebbe alleggerito di questo cattivo pensiero. Per farlo, l'Assemblea nazionale del 16 e 17 potrebbe approvare un ordine del giorno breve ma circostanziato come quello che si trova su www.salvatorevassallo.it, insieme alle informazioni per sottoscriverlo.

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