
È stata un’energica e appassionata considerazione sul mondo dell’informazione giornalistica che abita la televisione italiana, quella svolta da Antonio Di Bella (per anni direttore del Tg3 e successivamente alla guida della rete) sul tema dei diritti e doveri dell’informazione televisiva.
Linea di confine il 14 aprile 1975, nello specifico la Riforma della Rai secondo la Legge n. 103 che introduce nuove norme in materia di diffusione televisiva. Obiettivo finale: spostare il controllo del servizio pubblico dal Governo al Parlamento per garantire maggior pluralismo all’informazione nel pieno rispetto dei Principi fondamentali del servizio pubblico, indipendenza, obiettività e apertura alle diverse tendenze politiche, sociali e culturali. Con il passaggio della televisione pubblica nelle braccia del Parlamento, si avvia quel processo di spartizione dei canali radiotelevisivi su base elettorale, meglio conosciuta come lottizzazione: Raiuno gravita nella sfera di influenza filogovernativa della Dc, Raidue identifica il Partito Socialista Italiano e Rai tre è appannaggio della Partito Comunista. Spiega Di Bella che “l’equilibrio pluralista, la stabilità politica dell’azienda e la partecipazione testimoniano l’esigenza più generale di dare espressione e rappresentazione a fasce più ampie della società”, esplicita risposta del servizio pubblico alla richiesta di convivenza di quote di democristiani, socialisti, comunisti, socialdemocratici, repubblicani.
Dunque un campo di battaglia che segnerà la netta contrapposizione fra stili e pubblici di riferimento, e che si caratterizzerà per una dimensione culturale e politica che nei primi anni Ottanta sarà tradita per la scelta di divenire concorrente delle televisioni commerciali. Un retaggio che sembra riversarsi nel trattamento che oggi la televisione pubblica dedica all’informazione, in particolare a quella del telegiornale ormai diventato “termometro dell’equilibrio tra poteri, o meglio ancora, un distillato tra tutti i poteri che perde la realtà ed il contatto con il mondo”. Questo processo di bilanciamento nei rapporti di forza, ha determinato uno spostamento sensibile dell’informazione – e della formazione delle opinioni - che è transitata verso “programmi di varietà”: “il telegiornale è diventato strumento utile per misurare l’esercizio e l’affermazione del potere, dove la realtà non va cercata se non nella presenza/assenza di un potere”.
La realtà è, dunque, bloccata perché imbavagliata ed imprigionata in questi meccanismi. È allora che irrompe nei fenomeni di spettacolarità. “Nel panorama informativo televisivo – commenta Di Bella – si è persa l’autorevolezza che prima determinava il carattere di un’informazione vigile e critica, seppur sempre controllata”. Ed infatti, oggi è l’agenda-setting a condizionare l’informazione. Invenzione contrapposta alla pallottola magica, (un condizionamento rigido e autoritario per il controllo della massa e dunque dell’informazione). L’agenda-setting detta la prevalenza dei temi di cui trattare in base alla scelta delle notizie considerate “notiziabili” e allo spazio e preminenza loro concessi. Molto importante sono i tipi di argomenti e la loro reiterazione che vengono trasferiti “da una agenda privata a quella pubblica d’interesse generale”. Una manipolazione mediatica capace di spostare l’attenzione del pubblico su determinati temi che non sembra coinvolgere esclusivamente i media tradizionali come quotidiani e televisioni, ma che estenderebbe la propria influenza anche ai blog che dettano una propria agenda tematica. Ormai è inevitabile che ciascun media si doti di una priorità di indirizzo, frutto della mediazione tra le necessità del proprio pubblico, le potenziali pressioni politiche e le proprie intenzione.
“La trasformazione dei telegiornali con grandi sezioni sulla società” – conclude Di Bella - dovrebbero essere sottratti alla gara dell’audience. Unica soluzione è ricorrere all’idea e al valore di servizio pubblico, valore che può consentire di liberarsi dell’audience per fare soldi. Un telegiornale non deve andare a caccia di ascolto ma ha il dovere di parlare di cose vere, anche nella modalità più emotiva della notizia. Una sfida che si potrebbe vincere perché forti della protezione del servizio pubblico a tutela di un’informazione completa e non tendenziosa”.
a cura di Amelia Realino