È sorta nei giorni scorsi nel Partito democratico una polemica sul senso della nomina di D’Alema a presidente della Fondazione del partito socialista europeo. È stato espresso il timore che questo ruolo di D’Alema possa risospingere il Partito democratico verso posizioni politiche tradizionalmente socialdemocratiche. È stata perfino adombrata una incompatibilità sostanziale tra un esponente del Pd e la sinistra europea. La polemica è davvero bizzarra per diverse ragioni. La prima è che la vicinanza, o distanza, del Partito democratico dalla sinistra europea non è qualcosa che si possa definire in termini di nomenclature. Si può anzi sostenere che la crisi di strategie e di idee che attraversa i partiti socialisti e socialdemocratici è esattamente la stessa che attraversa il partito di centrosinistra italiano; e che difficilmente quest’ultimo potrà trovare le sue strade isolandosi da quelli. Con chi pensa di interloquire il Pd? Solo con i mani di De Gasperi e di Berlinguer, o anche con i partiti che oggi sono i suoi corrispondenti in Europa? Perché i partiti della sinistra sono in tutta Europa – con maggiore o minore efficacia, secondo i casi – partiti di centrosinistra, come il Pd. Come si chiamino non ha nessuna importanza: la loro storia non ha generato l’esigenza di trovare un nome nuovo. Guardarli attraverso gli occhiali della nostra storia – una storia di anomalie - è davvero provinciale.
È ancor più bizzarra, la polemica, se si tiene conto che proviene da quell’area del partito che più incarna la scelta bipolarista. Bipolarismo significa che ci sono due aree, il centrodestra e il centrosinistra. Nessuno può mettere in discussione il fatto che il Pd e i partiti della sinistra europea appartengano alla stessa area. Il problema è la politica, e le politiche, per loro come per noi. E da questo punto di vista, la difficoltà è comune, comune è la ricerca, e le soluzioni, se ci saranno, saranno probabilmente abbastanza simili. A meno che non vogliamo rinchiuderci in una dimensione nazionale, una cosa palesemente assurda di questi tempi.
Più utile sarebbe criticare le tesi di D’Alema, le sue analisi, i suoi riferimenti culturali. Cose interessanti, in questo senso, sono quelle scritte da Sergio Soave sul Foglio di venerdì 25 giugno. Sinché i dibattiti nel Pd saranno di questo tenore – anatemi invece di ragionamenti, richiami formalistici alle appartenenze invece di confronto – sarà difficile che vengano fuori le idee nuove di cui c’è bisogno.
Infine, è davvero un amaro paradosso che torni a risuonare nel Pd l’accusa più infamante, e più stalinista, che circolava nel Pci: quella di cedimento alla socialdemocrazia. Quali possono essere le chances di un partito i cui membri, comunque la pensino, riescono sempre solo a guardare indietro, a ripercorrere le (infelici) tracce del passato?
Su questo argomento puoi consultare i seguenti articoli:
Il Foglio
Sinistra, socialismo, laburismo: ce la può fare D'Alema a riscrivere il Dna del PD?
Sergio Soave
Il Foglio
Perché il futuro dei compagni del PD è rifondare la socialdemocrazia in Europa
Andrea Peruzy
Corriere della Sera
D'Alema e la sinistra irrilevante e senza voce
Michele Salvati