La libertà religiosa nelle Costituzioni

BERTINORO | La sintesi dell'intervento del Prof. Ferrari, Ordinario di diritto canonico ed ecclesiastico presso l'Università di Milano

 | 23/07/2010
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È universalmente noto come la “questione religiosa” caratterizzi tutta la storia dell’umanità. La religione è umana per natura, nasce e si nutre nell’animo degli individui in misura cosi importante da essere sempre attuale, in qualsiasi epoca. Per questo motivo il primo seminario della Scuola di Politica “Democratica” è tutto incentrato sulle religioni e il loro rapporto con la democrazia. Fra i molteplici aspetti ricompresi nella tematica generale delle religioni e dell’identità, la prima delle cinque giornate di Bertinoro ha posto al centro della riflessione collettiva l’analisi del modo in cui i regimi democratici considerano la religione.
In questo quadro si inserisce il contributo del Prof. Silvio Ferrari, il quale espone chiaramente come la libertà religiosa viene trattata nelle costituzioni. Il punto focale non è se ci sia o meno un pluralismo religioso in Italia o in Europa, ma piuttosto quali conseguenze comporti tale fenomeno e come si possano affrontare al meglio le sfide che l’epoca contemporanea ci propone continuamente, anche nella vita quotidiana.
Il processo di pluralizzazione in fieri che coinvolge tutta l’Europa comporta alcune conseguenze importanti soprattutto riguardo la libertà religiosa, che fino a 25 anni fa si reggeva sulla visione della religione come manifestazione sacra della coscienza, una scelta quindi personale dell’individuo, e sulla correlata separazione, a livello generale invece, fra dimensione politica e dimensione spirituale. Solo recentemente si sono verificati numerosi ed importanti cambiamenti in senso opposto: il profondo mutamento della geopolitica religiosa europea, la costante affermazione dei diritti fondamentali dell’uomo come principi cardine dell’intera comunità mondiale e la reciproca strumentalizzazione fra politica e religione hanno messo fortemente in discussione la concezione stessa di libertà spirituale in un periodo di declino generale dell’Europa.

Tale clima di crisi ed incertezza ha generato la paura che il “Futuro” non fosse più figlio delle dinamiche europee ma che potesse avere luogo in Cina o in India o in Brasile ed ecco che da qui proviene il sentito e diffuso bisogno di rivendicare la propria identità per “marcare il confine fra noi e loro” nell’illusione di difenderci dal tramonto dell’eurocentrismo. La prima fonte tangibile di tale profonda insicurezza si colloca nel dibattito sull’esplicitazione delle radici cristiane del continente nella Costituzione europea, ma diversi segnali sono oltremodo rintracciabili in molteplici forme anche nelle società civili degli stati Membri. In tal senso sono rilevanti gli esempi di Francia e Svizzera, riconoscendo l’identità europea l’una nei diritti umani fondamentali e l’altra nelle particolari tradizioni culturali e religiose. Ed è così che dietro ottusi individualismi e forsennate autocelebrazioni perdiamo la vera, profonda e comune identità dell’Europa che non è un “DNA immodificabile, ma dinamico”.
A conclusione del proprio intervento, Silvio Ferrari fornisce una possibile via per appianare i conflitti presenti nei rapporti fra le diverse anime religiose, che si può riassumere con la parola combinazione. L’identità infatti è un valore fondamentale, il punto di partenza per la costruzione del domani, ma essa non può cristallizzarsi in se stessa, deve piuttosto calarsi in un flusso di continuo divenire, di costante trasformazione, prestarsi a diverse combinazioni. Solo “incastrandosi” con realtà diverse si giunge all’arricchimento, al nuovo, al Futuro. Il docente sottolinea come il dialogo sia la linfa vitale dell’avvenire in modo chiaro ed accorto attraverso due esempi: il primo dimostra che solo L’Impero Romano d’Occidente sia progredito grazie al contatto con una civiltà così diversa, come quella germanica, il secondo riguarda la questione (tutta italiana) del crocefisso nelle aule delle scuole pubbliche. A tal proposito l’opinione di Ferrari è che le posizioni estreme, la sentenza della Corte di Strasburgo da una parte e l’imposizione del simbolo religioso dall’altra, siano entrambe erronee e che si giunga ad un’equa soluzione attraverso il libero confronto fra i fruitori dell’istituzione pubblica.
Non si tratta quindi di negare il bisogno identitario, ma piuttosto di trovare il coraggio di mettere in gioco il proprio “Io” in un dialogo aperto e paritario con l’altro per dare origine finalmente ad un “Noi” che sia il futuro, capace di progredire a vantaggio di tutti senza schiacciare nessuno.

A cura di Nicole Battini

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