
Nessuna distinzione di posizionamento politico. Destra o sinistra non sono determinanti. La questione reale è tutta giocata sul binomio tra dovere di informare e diritto di conoscere, di sapere. È questo il filo rosso del dibattito sostenuto da Ezio Mauro sul tema del dovere dei giornali di informare in rapporto ai poteri. E allora diventa centrale il significato che il direttore di Repubblica attribuisce alla condizione fondamentale di ogni essere umano: la “libertà”. Che non è solo un diritto ma anche un dovere che, a sua volta, chiama in causa l’agente indispensabile della democrazia, l’“opinione pubblica”.
Palesemente ingaggiata la battaglia per la libertà di informazione e per la libertà di indagare all’alba della risoluzione della legge sulle intercettazioni telefoniche, Ezio Mauro punta l’attenzione sul riposizionamento e sul senso di essere “cittadini”, parafrasando la citazione di Robert Alan Dahl secondo cui la buona democrazia è fatta di cittadini illuminati, ovvero cittadini consapevoli perché informati. Da questa riflessione parte la digressione sull’importanza di costruire e diffondere la qualità dell’informazione e delle sua implicazione inevitabile nei confronti della qualità della democrazia. Per il direttore la libertà di informazione è uno dei diritti fondamentali della democrazia, e come tale è “funzione stessa della democrazia” perché produce e alleva cittadini. Tuttavia se tale funzione è destabilizzata o ridotta all’interno del circuito democratico perché vittima della limitazione della libertà d’indagine, di stampa e del diritto dei cittadini di essere informati, questi cittadini, “informati o disinformati che siano, saranno poi in grado di compiere una scelta consapevole quando andranno al voto?”
Interrogativo che sancisce la corrispondenza univoca per cui la qualità della democrazia dipenda dalla consapevolezza del cittadino, che sarà maggiore quanto più forte sarà la sua capacità di padroneggiare, possedere i fatti, ovvero conoscerli e saperli decifrare. I nostri tempi sono determinati dall’esplosione di una molteplicità di mezzi di informazione che “hanno costituito un valore aggiunto per la comunità sociale, dal momento che la loro notevole quantità e varietà di offerta permette una maggiore accessibilità e facilità nel recuperare e attingere notizie” – commenta il direttore. In tal senso la quantità dei mezzi diventa garanzia di qualità delle informazioni perché assicura un pluralismo nella comunicazione e una diversificazione di punti di vista eterogenei tra loro.
Un elogio sincero al mondo dell’informazione veicolata attraverso internet che, tuttavia, non sfugge ad alcuni vizi del sistema come l’eccessiva ridondanza, l’inevitabile confusione e la mancanza di un criterio strutturato nella scelta e divulgazione dei messaggi. “Il grande fiume di informazioni in internet si misura con la capacità e la portata dell’informazione stessa Mentre è dalla carta stampa che il cittadino ottiene il prodotto più nobile, l’informazione organizzata”. Responsabilità dei giornali è fornire questo servizio che consiste nel meticoloso processo di raccontare i fatti restituendo il contesto, gli interessi che essi implicano, recuperando gli antecedenti ed ipotizzandone le conseguenze.
“Ma soprattutto - rafforza il direttore - responsabilità di un giornale è esprimere un’opinione dopo aver fornito tutti i pezzi della vicenda. L’obiettivo non è quello di convertire alcuno, ma di mettere in moto delle idee”. Metodo giornalistico è approfondire le vicende attraverso un’organizzazione gerarchica dei fatti ricostruiti e narrati in più parti che indirizzano verso il significato. Un approccio fondamentale per dare la possibilità al lettore di interagire in un sistema composto di fasi e pezzi scomponibili, tali da essere letti secondo un proprio criterio di selezione. Il retroscena, l’intervista, le note di costume, gli editoriali, sono attrezzi funzionali alla ricerca di significato mediante cui il lettore forma una propria idea. Senza dimenticare che questa metodologia conserva la dimensione morale del proprio lavoro, non si compra il giornale per il valore mercantile delle notizie ma perché fa muovere la notizia. La natura del giornale va misurata sul suo modo di essere, sul suo patto con il lettore: un impegno in nome e per conto del lettore a cui restituire la pienezza della verità: “questo significa qualità dell’informazione: utilizzare lo strumento del giornale per farsi cambiare, farsi determinare”. In questi termini si può affermare che la democrazia abbia una mentalità tipografica, nel significato strettamente giornalistico che permette di utilizzare le informazioni come strumento di comprensione, riflessione e partecipazione. Ed è per tale motivazione che i giornali resistono alla rete.
“Il giornale non è flusso, non si misura con la velocità e la portata delle informazioni che viaggiano in rete, ma è esso stesso inserito nel flusso. Il suo compito è selezionare, trattenere e rilasciare informazioni. Valutazione qualitativa, ricerca e organizzazione gerarchica, sono gli elementi di “una costruzione titanica, una cattedrale della notizia di carta per tradurre, decifrare e quindi padroneggiare e possedere la veridicità”. Pertanto, rispetto ad internet, il giornale è esercizio di responsabilità e di sottomissione alla democrazia quando si vede costretta ad assoggettare il diritto all’informazione all’interesse generale dello stato. A questo punto, “la domanda intrinseca è qual è la qualità della nostra democrazia?” Conclude con questo interrogativo il direttore di Repubblica, lasciando riflettere sulle implicazioni che il significato della legge sulle intercettazioni comporta: “un tentativo di imbavagliare la stampa. Mentre ciò che distingue un regime da un sistema liberale e democratico, è il consenso basato sulla trasparenza e sull’accesso alla conoscenza e all’informazione da parte di ciascun cittadino”.
a cura di Amelia Realino