Oggi, la crisi europea, politica prima ancora che finanziaria, e la crisi italiana la più grave del dopo guerra, si sommano in modo quasi inestricabile. Si fa più chiara la coscienza che l’Europa è l’orizzonte vitale del paese e che all’Europa è legato il suo destino di stato e di nazione. C’è ne accorgiamo, però, con colpevole ritardo, avendo perduto il senso della missione europea dell’Italia. L’Europa non ha mai scaldato i cuori ma siamo quasi giunti al punto di perdere persino la consapevolezza del vantaggio che per il paese ha rappresentato il suo stare in Europa: Ferrara usa Krugman per motivare un nuovo euroscetticismo, carburante per le elezioni anticipate.
Ma siamo sostanzialmente un paese sotto tutela non per le oscure trame dei poteri forti, ma perché non abbiamo voluto e saputo fare nostri valori europei: la responsabilità individuale e quella per il bene comune, la cultura della stabilità come premessa di ogni avanzamento. Oggi siamo ai margini dell’Unione e non sarà facile cancellare il sentimento di umiliazione per l’Italia al G20 di Cannes.
Questa è la principale responsabilità delle coalizioni populiste che hanno governato per larga parte il quindicennio alle nostre spalle e che hanno fallito l’occasione riformista e liberale e quindi europea. Alla fine il non governo ha presentato il conto all’Italia: teniamo a mente che il populismo e il non governo sono sinonimi e l’euroscetticismo ne è stato l’indispensabile corollario. Ma è anche responsabilità di una transizione opaca con classi dirigenti chiuse in se stesse, più proiettate sul passato che nella sfida della responsabilità e dell’innovazione. Se non dobbiamo dimenticare l’impegno decisivo del centro sinistra per l’euro, non dobbiamo neppure tacere che per buona parte del centro sinistra l’Europa è stata vissuta come uno scaffale del take away dove prendere quello che conviene lasciando lì quello che la propria costituency non gradisce. Insomma, un sentimento di estraneità colmato al più di molta euro retorica.
Bisogna guardare in faccia la realtà: non è semplice rovesciare questi orientamenti, soprattutto oggi che sta esplicitandosi una domanda : gli standards europei cui ci richiama la BCE, hanno per così dire validità in sé, sono quelli di un normale paese europeo o sono niente di più che l’esito finale di una selvaggia stagione liberista che ha il suo perno nell’euro e nell’Unione monetaria? Proviamo ad approfondire questo tema.
Per un quarantennio l’Europa è stata anzitutto una parte del sistema atlantico occidentale. Quel modello d’integrazione prevedeva devoluzioni di sovranità alle istituzioni che presidiavano l’occidente, mentre l’Europa, in quanto tale, era sostanzialmente una camera di compensazione degli interessi nazionali. Quell’Europa comunque progredisce sotto l’ombrello degli USA in un bipolarismo che ne valorizza peso e funzione.
Quel modello con la fine del muro non regge più e l’integrazione prende altre vie. Da un lato l’allargamento per dare una casa ed un identità alle democrazie nate con la dissoluzione dell’URSS, e dall’altro l’unione monetaria per ricontrattare il rapporto dell’Europa con la Germania per esorcizzare il ritorno della vecchia questione tedesca.
Naturalmente il processo di unificazione monetaria era un valore in sé. La spinta di Parigi per l’Unione nasceva dalla convinzione che una moneta unica avrebbe detto la parola fine alle polemiche sulle rispettive responsabilità delle nazioni eccedentarie e di quelle con disavanzi strutturali che è abbastanza simile per molti versi a quelle di oggi. Va ricordato il teso confronto agli inizi degli anni ottanta tra Mitterrand e Kohl su espansione della spesa versus rispetto dell’ortodossia finanziaria che si chiuderà appunto con l’unione monetaria.
La moneta unica ha determinato la più significativa cessione di sovranità alle istituzioni comuni ma ha aperto una contraddizione molto forte: la rigida separazione tra politiche monetarie e politiche di bilancio in nome di una quasi sacrale autonomia della Banca centrale.
Trionfo delle idee liberiste che nel frattempo avevano conquistato l’occidente? E’ vero solo in parte. L’idea che l’interesse pubblico, rappresentato unicamente dall’efficienza economica dovesse essere protetto dall’inefficienza dei governi risente delle teorie della scuola di Chicago: basta tornare alla ricostruzione che fa di quella fase Otmar Issing, ma il compromesso che rende possibile alla Germania la propria adesione ha ragioni che potremmo definire, più di fondo.
Bisogna leggere le sentenze della Corte Costituzionale tedesca in materia comunitaria; c’è una costante nel prudente approcciò costituzionale tedesco del quale sarebbe sbagliato fornire una lettura negativa perché, indicando proprio nella legittimazione popolare il difficile ma inevitabile strumento per procedere, non chiude, ma al contrario, lascia aperto lo spazio ( della politica) a futuri passi avanti, testimoniando comunque che loro, i tedeschi, l’Europa l’hanno sempre presa sul serio, non come un benefit ma come qualcosa che è ormai nel cuore del confronto politico e sociale del paese.
Insomma, il nodo con il quale si misura il processo d’integrazione è essenzialmente un nodo politico: lo era ieri e lo è oggi.
Si è molto discusso sul peso negativo che ha esercitato la politica dell’allargamento su quello dell’approfondimento ma è un rilievo sbagliato: non saremmo neppure all’Europa di oggi se l’Europa di quegli anni non avesse fatto la sua parte nella storia chiudendo il capitolo dell’unità e della pace come ci dice l’ ex- Jugoslavia.
(Oggi il riflesso intergovernativo porta l’Europa, in contrasto con tutta la sua storia, a commettere l’errore di chiudere alla Turchia).
Naturalmente, la separazione tra le politiche monetarie e le politiche fiscali, avrebbe potuto essere superata accertando il percorso virtuoso che indicava Delors ma non ci fu la lungimiranza politica.
E’ così l’Unione monetaria ha proceduto con le sue contraddizioni sino a che ha potuto.
Sino a quando, cioè lo scenario globale in cui era calata Europa, non è ulteriormente cambiato.
L’euro è cresciuto in un contesto internazionale che potremmo definire della globalizzazione ascendente, quella stessa globalizzazione che nella sua prima fase aveva travolto l’Unione sovietica.
Un processo imperniato sullo squilibrio sempre più marcato tra (nuovi) paesi creditori e paesi debitori e che, pur immettendo, nel circuito della produzione e del consumo centinai di milioni d’individui faceva nel contempo registrare crescenti livelli di diseguaglianza.
Un contesto, che sul piano delle relazioni internazionali si reggeva sul mantenimento sempre più critico di una delega alla declinante egemonia politico militare americana da parte dei nuovi protagonisti della scena mondiale, tra questi la Cina ma anche l’Europa, peraltro restii non ancora pronti a precise assunzioni di responsabilità globali.
Una colossale redistribuzione del potere a livello mondiale cui non corrispondono istituzioni in grado di garantire governance globale e con le vecchie istituzioni ereditate da Breton Woods che arrancano.
Con l’esplosione della bolla immobiliare il mondo scopre la debolezza americana ma anche l’insostenibilità di quel modello del quale Obama tenterà con successi modesti di correggerne gli aspetti patologici e si apre una fase di gravi squilibri in un contesto sostanzialmente recessivo delle economie occidentali.
I limiti di quel modello oggi appaiono chiari e l’aumento delle diseguaglianze li esprime in modo evidente. Naturalmente, la globalizzazione, che è la forza su cui si innestano i paradigmi liberisti è un mix di cose buone e cattive, di diseguaglianze ma anche di innovazione e di libertà. Combatterla partendo dall’idea che c’è opposizione tra democrazia e mercati sarebbe un errore; correggerla è invece un dovere ma non con dosi di nuovo statalismo ma con le regole e la forza delle politiche democratiche.
Quando la crisi varca l’Atlantico, l’Europa reagisce con enorme difficoltà per la incompletezza del processo di integrazione economica e monetaria. La crisi diventa la crisi dei debiti sovrani e sullo sfondo si fa evidente un rischio gravissimo per l’euro e per il processo d’integrazione.
Vengono a pettine i nodi di un processo d’integrazione incompiuto e sostanzialmente dualistico che aveva accentuato gli squilibri fra paesi in surplus: l’export tedesco che trae notevolissimo vantaggio dall’euro e paesi in deficit che avevano perso la grande occasione della riduzione dei tassi di interesse per avviare il risanamento dei conti pubblici. In queste condizioni l’effetto della crisi è che la crescita si arresta diventando un problema per tutti.
Comincerà così un vero e proprio spargimento di sangue. Prima la Grecia, la cui crisi viene fatta marcire, un direttorio debole in cui la Francia rincorre la Germania per difendere il proprio rating facendo per sovramercato qualche sgambetto all’Italia. Poi appunto l’Italia mentre le prime nubi all’orizzonte, con la crescita degli spread, si addensano anche sulla Francia prefigurando gli scenari di incubo.
Una complessiva mancanza di leadership e quindi di visione strategica e di volontà politica.
Il nodo da sciogliere è che le necessarie misure di stabilizzazione cui si sono obbligati i paesi indebitati sono solo una parte del problema: l’altra sono le politiche deflazioniste del Germania che sono giunte al capolinea mentre occorrerebbero le politiche di bilancio europee.
L’Europa ha insomma bisogno di crescita. I lineamenti di un possibile scambio sono tutti qui, immediatamente leggibili nelle carte della Commissione e del Consiglio europeo: più rigore ma anche più crescita: disciplina fiscale unitaria di marca tedesca e politiche espansive in Europa e dell’Europa.
E’ questa in fondo anche la mission di Mario Monti: convincere i tedeschi che intendiamo fare sul serio per poter parlare insieme a loro di crescita e di sviluppo. Ma questo scambio si realizzerà solo con un più di sovranità condivisa e con un più di democrazia. La moneta, come è stato detto, da strumento di spoliticizzazione delle decisioni, può diventare il fattore della possibile ripoliticizzazione della questione europea, trasformando una gravissima crisi in una opportunità: che un tema come quello del Presidente degli Stati Uniti d’Europa sia nell’agenda del più importante partito europeo, la CDU, dà il senso dell’importanza che ha ormai assunto questo problema. Se ciò accadrà avremo un’Europa più tedesca ma sarebbe il frutto di una scelta democraticamente condivisa e sarebbe un passo avanti. Naturalmente in queste ore non prevale l’ottimismo: crisi dell’euro, lunga stagnazione dell’economia e una riduzione di ruolo dell’Europa, sono gli elementi di un possibile avvitarsi della situazione.
Noi, invece, dobbiamo fare come ci chiede la BCE. Se siamo in queste condizioni è perché non abbiamo fatto quello che fece Schroeder varando l’agenda 2010 che è appunto quello che ci chiede oggi, in buona sostanza, la BCE.
Non ci chiede di fare una scelta ideologica di omologazione al neoliberismo, ci chiede di rendere efficiente il sistema, di alzare la produttività dei fattori per renderci più competitivi.
Che molte di queste vadano iscritte sul lato delle politiche dell’offerta (lo dico agli anti liberisti) non ne riduce l’urgenze e la centralità.
Naturalmente, occorre che cresca la domanda in Italia e in Europa ma qui torniamo allo scambio. Certo, politiche che vadano in direzione del favor debitoris, sono anche nell’interesse del creditore, ma sapendo che il debitore deve fare la sua parte.
Che molte di queste vadano iscritte sul lato delle politiche dell’offerta non ne riduce l’urgenze e la centralità.
Naturalmente, occorre che cresca la domanda in Italia e in Europa ma qui torniamo allo scambio. Certo, politiche che vadano in direzione del favor debitoris, sono anche nell’interesse del creditore, ma sapendo che il debitore deve fare la sua parte.
Politiche espansive concordate in Europa possono contribuire alla ripresa del motore interno ma senza alcuna indulgenza verso l’idea di far quadrare i conti con scelte di tipo protezionistico.
Mentre invece, un Europa più unita sulle linee che indicavamo sarebbe assai credibile sul piano internazionale per chiedere e promuovere equilibri più accettabili delle bilance commerciali dentro la cornice di una condivisa crescita comune. Un’Italia credibile può tornare protagonista, essere parte attiva di questa nuova fase ma come sappiamo c’è un enorme problema di credibilità. La fine della stagione populista è però solo una parte del problema: l’altra è come la sinistra vorrà fare la sua parte come forza di Governo. Troppo facile dire: quest’Europa non ci piace, è l’Europa dei conservatori, loro ci hanno portato sin qui: quel ciclo è finito ed una Europa rosso verde potrà portarci fuori dai guai senza pagare prezzi troppo elevati: niente di più lontano dalla realtà e quindi dall’Europa. Nessuno ci aiuterà se non ci aiuteremo da soli.
La sinistra di governo ha di fronte a sé la grande, storica responsabilità di contribuire col risanamento dell’Italia ad una nuova possibile stagione europea. Il suo stare dal parte delle Europa è stato uno dei suoi vantaggi competitivi nei confronti di una destra populista e euroscettica. Ma quel vantaggio oggi lo deve “tenere” cominciando con un sostegno pieno e convinto al Governo Monti.
Steinmeyer al posto della Merkel rappresenterebbe certo un passo avanti ma un Cancelliere rosso verde con quella Germania profonda dovrebbe ugualmente fare i conti. Potrebbe esserci meno egoismo e più lungimiranza ma se non faremo come Schroeder, non agganceremmo quella possibile mano tesa.
L’Europa, deve uscire dall’impasse, altrimenti finisce per non contare nel mondo. Proprio nel momento in cui un multilateralismo fondato su poli regionali si va affermando. Il rafforzamento istituzionale dell’Europa, darebbe un contributo alla ripresa di una globalizzazione alla Bretton Woods ed anche ad un idea di sviluppo equilibrato che solo istituzioni democratiche e liberali possono garantire.
Il caso più evidente è il Mediterraneo. Senza l’Europa è tutto più difficile per la primavera araba. Nessuna vecchia potenza potrà costituire nel Mediterraneo quell’indispensabile punto di riferimento in termini di tutela della pace, di promozione dello sviluppo ma soprattutto di collaborazione amichevole.
D’altronde il ridotto ruolo italiano in Europa rende a sua volta, assai difficile, una funzione europea dell’Italia nello stesso Mediterraneo. Per completezza, va poi detto, che il ridotto ruolo d’Italia in Europa si va traducendo in ridimensionamento secco della politica estera italiana che la presenza italiana nelle missioni internazionali non può più nascondere.
Prima di concludere, però, debbo rispondere a un ultima domanda. Sul se e sul dove, la sinistra progressista europea, oggetto di strali ripetuti, avrebbe sbagliato. La crisi metterebbe a nudo la crisi di quella sinistra liberale che ha in parte governato Europa in questi anni di grandi trasformazioni e che avrebbe accettato, sbagliando, il terreno liberista per tentare di riformarlo.
Certo, il modello liberista, soprattutto sul piano della diseguaglianza e della sostenibilità ambientale, non regge più e si delinea l’esigenza di nuove risposte.
Ma qui c’è qualcosa di più, c’è l’idea di una incompatibilità tra democrazia e mercato che non convince.
Non si salva il welfare europeo denunciando l’abbandono del modello sociale europeo.
L’innovazione della sinistra liberale in questi anni è stata, da questo punto di vista, fondamentale per stare invece al livello dei problemi che la globalizzazione e il suo impianto liberista avevano determinato e per attrezzare la sinistra a politiche di governo.
Il successo delle politiche neo socialdemocratiche in Germania e nell’area nord europea, caratterizzate dal rinnovamento delle politiche sociali e dalla ristrutturazione del welfare sta nell’ aver saputo mantenere l’equità sociale insieme alla competitività. Quale macelleria sociale!
Se non ci fosse stata questa sinistra europea, pur con tutti suoi errori, di quale sinistra italiana staremmo a parlare ora? La sinistra era sostanzialmente impresentabile, all’europeismo di pochi si accompagnava uno scetticismo diffuso e un forte ancoraggio protezionista; e lo dico per inciso, non sarebbe nato neppure nemmeno il PD.
Sentiamo tutti, credo, il bisogno di approfondire e di andare più avanti con la riflessione. Bill Clinton che da via libera ad una regolamentazione dei mercati e del sistema bancario, funzionale ai processi di finanziarizzazione che accompagnano il salto tecnologico di quegli anni è sempre lo stesso Clinton sviluppista che è tanto piaciuto agli sviluppisti nostrani. Forse, anzi, certamente, c’è una contraddizione, ne è testimone Robert Reich ma da quell’esperienza comunque ricaviamo che il cuore dell’iniziativa politica riformista è nella costruzione di regole e di istituzioni internazionali che ne garantiscano l’attuazione: non è detto che il mondo non possa cambiare in meglio. Oggi l’FMI non è più il luogo del Washington consensus. Voglio dire che quella contraddizione si sana recuperando spazi alla politica democratica, alle grandi istituzioni del multilateralismo, all’Europa, non abbandonando il campo e soprattutto non guardando all’indietro.
Alla fine, a guardar bene, viene il sospetto che tanta ostilità, verso le politiche della terza via, siano un modo per sbarazzarsi di padri che non possono dire di non averla percorsa: penso alle tante riunioni intorno al caminetto di Policy Network.
Forse c’è una spiegazione apparentemente più settoriale. Sulla sinistra liberale pesa la questione della pace e della guerra rappresentata per qualche verso tragicamente dalla figura di Tony Blair finito nel pantano iracheno. Insomma, le politiche liberiste, geneticamente portate a mutare, a virare in politiche neoimperialiste. Anche qui, non guasterebbe, però, una qualche riflessione in più. Certo, la globalizzazione, nella sua versione hard, è stato anche un veicolo di una nuova aggressività del capitale finanziario. Ma è la stessa globalizzazione che ci ha spinto molto avanti nella difesa dei diritti umani per la tutela dello stato di diritto e della libertà in ogni parte del mondo. Un'altra contraddizione su cui riflettere ma per guardare avanti.
L'intervento di Francesco Tempestini è statao pronunciato all'assemblea annuale di Libertà Euguale ad Orvieto il 12 novembre 2011.