Il pluralismo religioso nell'Europa che cambia

BERTINORO | La sintesi della prima giornata del corso su "Democrazia, religioni, identità" con Mons. Paglia, il Rabbino Levi e l'Imam Khaldi

 | 23/07/2010
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Tre grandi personalità del dialogo interreligioso per una tavola rotonda sulla tangibilità del pluralismo religioso coniugato con il termine laicità. Cristianesimo, islamismo ed ebraismo. Tre concezioni che partono da punti di vista antitetici per segnare l’arrivo verso un’unica direzione: un percorso comune di costruzione di uno spazio di intersezione, contaminazione ed integrazione nella differenza, per un’idea di Europa declinata secondo il principio di cittadinanza e di laicità. Parole calde e passionali che propagano una carica emotiva e vibrante nell’uditorio di giovani ragazzi chiamati in prima persona a misurarsi con la forza di idee e a far valere la potenza del ragionare e, discutere e comprendere insieme. Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni (clicca qui per la relazione) il rabbino capo della comunità ebraica di Firenze Rav Jaseph Levi, l’Imam della moschea di Centocelle di Roma Samir Khaldi, uniti e concordi sull’idea di edificare una cultura basata sullo sviluppo della comprensione e dell’ascolto, finalmente liberati dal dominio delle paure. Il primo, Paglia, secondo il recupero “strategico della visione” intesa come prospettiva politica finalizzata alla costruzione del bene comune. Il secondo, Levi, attraverso, una prospettiva di “volontà” nello stabilire insieme regole comuni di convivenza pacifica e benessere sociale nel pieno rispetto democratico delle singole particolarità. Ed il terzo, Khaldi, nella prospettiva del ritorno al rifugio della religione che determina l’identità del musulmano, non semplice consumatore ma cittadino che partecipa attivamente. Mentre Vannino Chiti, in veste di moderatore, insinua il dubbio “cartesiano” sull’incompatibilità fra democrazia e religione e sulla completa “imperturbabilità” delle chiese dalla cosa pubblica: "si può recuperare dal rischio del rifiuto della pluralità? L’unica cosa a cui non si può rinunciare sono i valori fondamentali della libertà di tutti”. Funzione dello Stato è garantire il pluralismo nel rispetto dei diritti umani, dei principi costituzionali, e delle libertà personali senza ingerenza alcuna delle confessioni religiose. "Solo così lo Stato favorisce la libertà religiosa, e la laicità nella società assume un valore più forte e meno antagonista”, commenta Chiti, assicurando che la presenza pubblica delle religioni nel discorso pubblico è la chiave di risoluzione del conflittuale binomio religione -stato. In cui i due protagonisti hanno un impegno reciproco e corrisposto: “Lo Stato non deve imporre all’uomo l’obbligo di scelta tra lealtà ad esso o devozione esclusiva ai principi della propria religione. E le religioni hanno un dovere senza equivoci nei confronti della democrazia, una disposizione ad essa ed a essere integrate”.
Nessun retaggio di secolarizzazione quale traccia di una demarcazione netta tra stato e religione. La linea di confine è annullata dalla “volontà” forte e propulsiva di uno Stato che ripensa alla relazione credente-cittadino: due realtà a cui lo stato “non deve imporre una scelta, un’alternativa tra queste due condizioni”. Condividere il principio di inclusione non obbliga a rinunciare all’identità religiosa, vietando simboli o cerimonie che possano urtano il carattere laico dello stato, ma l’accoglienza obbliga al pieno rispetto del diritto alla libertà di coscienza, al diritto di potere vivere senza fede, alla libertà religiosa, che non significa ingerenza nelle scelte di responsabilità dei cittadini. “Il pluralismo religioso non è sufficiente a favorire l’inclusione”. L’identità obbliga alla molteplicità delle dimensioni. Pertanto è necessario creare un laboratorio di dialogo di convivenza. Un laboratorio comune in cui la “libertà ed il pluralismo si affermino passando dal rischio di uno scontro tra civiltà all’impegno di costruire una civiltà nuova non solo in Europa ma nel mondo”. 

“Ed è proprio il pluralismo la vera storia dell’Europa” esordisce monsignor Paglia che continua ribadendo che “l’Europa è sempre stata religiosamente plurale contenendo il cristianesimo l’ebraismo e l’islam”. Oggi l’incapacità di pensare e la fatica di ragionare portano l’Europa a rischiare di scomparire dal ruolo di protagonista.“L’Europa sta sbiadendo. Come si può tenerla in vita?”. La soluzione consisterebbe nel ridarle fiducia e speranza in una vocazione: nell’urgenza di ritrovare un disegno europeo unitario, nella necessità di ridisegnare una visione innovativa nel mondo. Questa è la grande sfida dell’Europa. “Nel tempo è cresciuta la secolarizzazione così come sono cresciute le prospettive religiose tra le più diverse, lasciando germogliare il virus che ha intaccato la Chiesa e lo Stato: l’“autoreferenzialità”, il senso più vincolante dall’autoprotezione inteso come ripiegamento su se stessi, per cui ciascuno è teso a difendere la propria religione” si rammarica Paglia. “Si cerca quello che ci identifica perché la globalizzazione ci ha determinati e catalogati, mancando così di visione perché c’è troppo poco pensiero, troppa poca politica e troppa poca religione”. Quello che necessita è una “visione” acutissima in grado di ripensare e strutturare il principio di laicità in prospettiva giuridica e non ideologica, per cui nessun istituto deve poter arbitrare sul bene comune, ma concorrere alla sua realizzazione. Il bene comune non è proprietà di nessuno (Stato o Chiesa). È, invece, la misura dell’operato di tutti. Pertanto, non si può chiedere di rinunciare alla fede a chi entra in politica: “quando io mi occupo di politica non posso togliere il cuore. È impegno politico anche di un uomo religioso contribuire al bene della comunità trovando i modi di convivenza pacifica: questa è la nuova prospettiva politica che io immagino. La possibilità naturale di intervenire politicamente pur essendo un uomo religioso”. Così, Monsignor Paglia attribuisce alla Chiesa una funzione specifica: essere servizio strutturale alla convivenza ed essere fermento di intenti per l’unità tra popoli. La pluralità del Cristianesimo dell’Europa ha permesso l’integrazione di tanti altri, costituendo una ricchezza positiva. Ed il dialogo non deve appartenerci come arma di negoziazione, ma deve essere strumento per interrogarci e farci ripensare un rapporto nuovo e positivo nei confronti dell’umanità.

Un rapporto questo, che per il rabbino di Firenze, Rav Jaseph Levi, è giocato sull’incastro prospettico dei particolarismi e delle specificità singole di ciascuna identità religiosa, in dialogo democratico con la collettività secondo principi comuni e condivisi. Affermazione che apre interrogativi profetici: “a quale futuro l’Europa e le maggioranze e minoranze religiose possono aspirare?”. Il rabbino risponde che il dialogo religioso nel mondo ebraico nasce fin dalle origini attraverso il concetto delle regole da rispettate, e cioè su cosa significasse avere principi comuni e condivisi da tutta l’umanità, e sulla ricerca di quali fossero questi principi umani. E dunque, come fosse possibile tracciare le basi per una convivenza universale tra le singole realtà particolari e cogenti. Da qui, nasce la soluzione che Levi propone al pericolo imminente di una Europa sempre più proiettata verso una società monolitica dal punto di vista religioso, ovvero innescare una virata prospettica verso “la volontà di ricercare in cooperazione l’insieme di regole che permettano di vivere in nome della democrazia. Questo l’invito ad aprire il dialogo verso la condivisione di valori per una convivenza pacifica impegnata nella costruzione di una nuova Europa”. Elaborare un "Principio comune” a tutti, ovvero principi religiosi che includano e non escludano i "principi particolari”; creare una "forma unica” tra le religioni presenti nel continente premettendo la progettazione di valori e basi speciali per la convivenza, è un modo nuovo di progettare l’accoglienza aprendosi al confronto.  

 
Ed è proprio di confronto significativo con le minoranze religiose che l’imam di Centocelle, Samir Khaldi, descrive l’arrivo dei primi musulmani in Italia negli anni ’90. Prime convivenze nella diversità, che oggi sono parafrasate nei termini di "arricchimento, prosperità, e coraggio di accettazione”, necessari per stare al passo con l’evolvere del tempo, il repentino mutarsi del mondo, come dimostrano l’11 settembre o la più recente crisi economica internazionale. Tuttavia, lo zoccolo duro che rimane indelebile è "il presentissimo fantasma della paura dell’islam". Vittima della disinformazione e della generalizzazione di fatti secondo il binomio islam-terrorismo”, commenta l’imam, " oppure le continue illazioni secondo cui l’islam non sia compatibile con l’Europa”.
Dichiarazioni che fanno regredire il pensiero, ma che per l’imam rafforzano lo spirito nobile dei musulmani nel bisogno di contribuire alla costruzione di un’Europa che cambia. "Non bisogna avere paura del diverso. È importante il confronto per vincere la paura. E fa un certo effetto pensare che i primi musulmani, che negli anni '50 approdarono in Francia, fossero algerini appositamente chiamati per contribuire alla ricostruzione dell’Europa”. Oggi sono sessanta milioni: una realtà in crescita che tenta di trovare un modo per poter collaborare all’interno della società, soprattutto perché un terzo di questi musulmani sono giovani, la nuova generazione, i nuovi cittadini. “Noi difendiamo la laicità della Stato perché è garanzia per la libertà di tutti. Sia musulmani che cristiani devono imparare a non guardare in base all’appartenenza religiosa. Il concetto innovativo è il principio di cittadinanza, misura di appartenenza. Perché il musulmano non deve essere solo un consumatore ma un cittadino che partecipa, e dunque è in grado di produrre e contribuire”, chiosa Khaldi. Ed è in un momento come questo che la politica deva aiutare la religione a prendere il suo spazio, inteso come possibilità di contribuire a portare avanti i principi e le fondamenta per un’ Europa plurale e senza timore per le nuove realtà religiose. “Sognare e proporre” un incontro tra religioni che hanno una chance: offrire una passione in più nel profondo di ogni essere umano: “fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te stesso”.

A cura di Amelia Realino

 

Per ascoltare la registrazione audio della prima giornata clicca qui

 

 

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