Discutiamo così tanto della crisi presente che ci scordiamo del futuro. Quanto è accaduto, tuttavia, rischia di cambiare il futuro di questo paese molto più di quanto non abbia peggiorato il suo presente. E questa è la cattiva notizia più importante. Che l’Italia fosse già in crisi prima della crisi, è noto. Dal 2001 al 2007, l’Italia è stato il paese il cui reddito medio per persona è cresciuto meno tra tutte le economie sviluppate (Cfr. OCSE). Perfino Grecia e Portogallo facevano la parte del leone in confronto a noi. Il problema dell’Italia insomma si chiama crescita economica e non nasce con questa crisi.
Ma sottolineare l’assenza di crescita economica è come constatare la necessità di trovare un vaccino per la malaria. Questa crisi economica, con la sua violenza, rappresenta però una opportunità per prendere coscienza di una delle nostre difficoltà strutturali: conferire credito privato a chi lo merita. Perché il fattore scatenante di questa crisi è proprio il credito e, se di troppo credito (o debito) si muore, col credito si vive e soprattutto si cambia il sistema produttivo.
La trasformazione produttiva di una economia avanzata avviene continuamente, anche se non sempre funziona. Dal 1999 al 2009, l’economia italiana ha continuato a riallocare la sua forza lavoro dall’agricoltura e dall’industria ai servizi. I servizi sono passati in 10 anni dall’occupare il 63,5% dei lavoratori italiani al 67% nel 2009. Eppure l’economia italiana rimane quella con la più forte vocazione industriale: possiede la più alta percentuale di occupati nell’Industria tra i paesi dell’Area Euro, con la sola eccezione della Finlandia (Istat, Noi Italia 2010, p. 135). Ma tutta questa industria non le conferisce la solidità che ci si potrebbe attendere. Gravata da un costo del lavoro molto alto, l’Italia è l’economia, dopo la Grecia, con il più basso valore aggiunto prodotto per 100 euro di costo del lavoro tra tutti i paesi dell’Unione Europea a 27 paesi. Unica tra le principali dell’Unione Europea, la nostra economia ha visto la sua produttività, misurata come prodotto per ora lavorata, calare dal 2000 al 2008 (Istat, Noi Italia 2010, p. 16).
In conclusione, se una trasformazione produttiva sta avvenendo, non sembra essere per il meglio.
Bisogna avanzare un’ipotesi per spiegare quel che sta avvenendo nel tipo di trasformazione produttiva del nostro paese. Il riorientamento dall’industria ai servizi non è certo un fenomeno italiano: è comune a tutte le economie sviluppate. C’è modo e modo, però, di compiere questa transizione perché nel settore terziario esiste una grandissima eterogeneità. Ci sono i servizi alle persone e quelli alle imprese. Le aziende che operano in ciascuna categoria sono in generale molto diverse, sotto il profilo sia della produttività che del reddito per i lavoratori. Un call center di un operatore telefonico e un centro di servizi tecnologici (ICT) fanno entrambi parte del settore dei servizi, ma hanno produttività e potenzialità molto diverse. L’evoluzione verso i servizi in corso fatica a concentrarsi su quelli integrati con la produzione industriale, destinati a migliorarne l’efficienza e offrire stabilmente livelli retributivi soddisfacenti agli occupati.
L’incompleta trasformazione del settore dei servizi sta ritardando il cambiamento della nostra struttura produttiva industriale. Conseguentemente, fatichiamo ad identificare una nuova identità e missione produttiva. Se la risposta a questi dilemmi può solo arrivare dalla classe imprenditoriale di questo paese, vale la pena cercare di offrire almeno un criterio che possa, se non guidare, almeno razionalizzare gli sforzi della imprenditoria italiana.
È necessario ripartire dai bisogni delle persone, individuare quei nuovi bisogni presenti oggi a differenza del passato. Un buon esempio in questo senso è offerto dall’allungamento della vita. Con l’allungamento della vita media, abbiamo compreso che si è anziani più a lungo, non giovani più a lungo come si crede in questo paese. Le persone anziane hanno esigenze sanitarie diverse rispetto a quelle più giovani, esigenze che generano una domanda di mercato. L’economia americana è consapevole di questa serie di nuovi bisogni e si sta attrezzando. Nel solo periodo 1996-2006 ha investito massicciamente nel settore delle biotecnologie, la cui capitalizzazione é cresciuta di 10 volte.
La tentazione tipicamente italiana, di fronte ad un progetto di trasformazione produttiva di tale entità, è di promettere un massiccio intervento di spesa pubblica, tanto più difficile visto la situazione delle finanze dello Stato. Tuttavia, la storia italiana recente è una lunga sequela di fallimenti di tali interventi in quest’ambito. La buona notizia è che non servono soldi pubblici, ma solo la giusta flessibilità amministrativa, con piccoli interventi dove lo richiedono le imprese. Non c’è bisogno di appalti e di debito pubblico, ma di riflettere su come favorire una distribuzione efficiente del credito privato.
Il problema, quindi, è come ricominciare a dare credito al nostro paese. Mentre si diffonde la retorica contro “l’economia di carta”, bisogna capire che l’Italia ha bisogno di credito (privato) per uscire dalla crisi del debito.